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Un capitolo tratto da «Il mio fiume»

Un capitolo da «Il mio fiume»
settembre 5, 2017 redazione
Faruk Šehić, Il mio fiume, 2017.

Elvira Mujčić, traduttrice del romanzo Il mio fiume di Faruk Šehić (Mimesis Edizioni, 2016), ha scelto di offrire ai lettori, il capitolo “La casa su due acque”, «poiché contiene i temi fondamentali del libro: la casa della nonna, il fiume, la natura, la scomparsa e la memoria. L’eternità del fiume Una e della letteratura».

 

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La casa sull’Una aveva avuto i suoi alti e bassi. La prima volta era stata bruciata nel 1942 durante i bombardamenti della città da parte degli alleati. Era stata ridotta a un mucchio di cenere dove i suoi abitanti si raccoglievano in silenzio come intorno a una tomba di un parente stretto. Il vento aveva sparso con il tempo le ceneri nel fiume. Era stata ricostruita con tufo e sabbia dell’Una. Le scale erano di legno, il tetto di canna, i muri di sostegno di travi di quercia. La casa dei miei ricordi avrà lo stesso destino, solo che scomparirà in un altro modo ad opera di mani rozze e sporche che nel 1992 avvicineranno un accendino a un pezzo di carta che cadrà su un tappeto imbevuto di benzina. Scomparire nel fumo. Paul Celan senza saperlo aveva già scritto l’epitaffi o per la casa della nonna. Questa è stata la sua sorte terrestre. Tuttavia, il suo luogo interiore è completamente diverso: lì la casa continua a vivere e continuano a vivere i suoi abitanti. D’estate, dall’armadio a muro si diff onde un meraviglioso profumo di caff è tostato sul loggiato del tetto che poi scende sul lato del cortile che dà sul fiume. Sulle colonne del loggiato la vite allunga i suoi viticci; l’acqua, prima di sgorgare nella vasca di cemento, gorgoglia dalla pompa di metallo, gorgoglia emettendo voci strane, come una creatura che dalle profondità della terra liberata da pesanti catene irrompa al sole. La nonna, il viso incorniciato da un fazzoletto dai colori delicati, innaffi a in giardino un cespuglio di rose che è spuntato dalla densa terra sabbiosa, quella che si può trovare solo sulle rive dell’Una. Il profumo dei petali di rosa è inebriante. La nonna ne estrarrà un paio di galloni di succo dolce e rossastro. I petali galleggeranno in superficie per un po’ e poi inizieranno a scendere verso il fondo sedimentato di zucchero.

Dove finisce il giardino e inizia il cortile crescono la camomilla selvatica e la piantaggine. Sotto il melo cotogno c’è una panchina e un tavolo e a pochi passi c’è il fiume e la banchina – l’accesso alla riva dove attraccano le barche. Le barche per la pesca e l’estrazione della sabbia sono pesanti e le loro costole, dalle assi di legno piegate a ferro di cavallo, sono zuppe e umide per il continuo stare in acqua. Chi ha una banchina ha anche la sua barca e ogni barca porta il cognome del proprietario, così come i bacini verdi prendono il cognome della famiglia che vive nei loro paraggi. L’altra casa della nonna, quella che ricordo, ha continuato a sprofondare per giorni, mesi, anni verso il fiume, tanto che il pavimento della cucina era diventato scosceso, come se la casa desiderasse scivolare in acqua. Alla nonna questo non piaceva e infatti sognava sempre una diga solida e affidabile per fermare quello che era impossibile fermare: l’unità del fiume e del tempo come nella metafora di Eraclito.

Sotto la casa, sulla riva, c’era un nocciolo misero ma arzillo dal quale osservavo un martin pescatore: i colori celestiali sulle penne del collo, il becco nero e silenzioso puntato verso l’acqua, come tenesse nel mirino i pesci che si avvicinavano pericolosamente alla superficie. Nel tardo autunno il martin pescatore se ne stava appollaiato per ore su un ramo secco, senza pescare, fi no a quando non giungeva la pioggia che distruggeva la limpidezza del fiume trasformandolo in un mostro spaventoso dalla lingua incomprensibile e dai muscoli torbidi in grado di alterare le dimensioni della paura e del malessere. Quando il martin pescatore iniziava la sua picchiata diventava un punteruolo che si conficcava in acqua con un leggero spruzzo per riemergere con un pesce nel becco. Poi si posava su un ramo del salice. Sulle penne c’erano miriadi di gocce la cui iridescenza raff orzava i colori paradisiaci del collo e del petto. D’estate, il martin pescatore era invisibile, nascosto tra le foglie dell’ontano, del salice e del frassino. Quest’ultimo, quando s’alzava il vento, mostrava il dorso bianco delle foglie annunciando l’arrivo della pioggia e della tempesta.

È difficile descrivere la casa d’inverno con la neve e le punte di ghiaccio che crescevano verticalmente dai bordi del tetto verso terra. Dentro regnava il fuoco della stufa di latta e spesso sulla stufa bruciacchiava una buccia di arancia o una radice profumata di enula presa dalla credenza della nonna. Chi ama guardare l’acqua può abbandonarsi anche al fuoco. Dallo sportello della stufa spuntavano piccole fiamme e la stufa era una catapulta spaziale che ci avrebbe lanciati verso paesaggi sconosciuti e caldi, lontano dalla neve e dall’Una ingrossata. Il tappeto per la preghiera della nonna era una sorgente di calore – la pelle di pecora conciata con i ciuffi bianchi su cui la nonna pregava il suo dio cinque volte al giorno. Nella vetrinetta il vasellame in vetro, i documenti con il timbro del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, i gioielli d’oro e le bottiglie di grappa alle erbe medicinali per gli impacchi non tenevano in gran considerazione la nostra concezione del tempo, così come il cassetto chiuso a chiave che ho sbirciato solo poche volte quando la nonna prendeva l’anello d’oro con l’opale che, a seconda dell’esposizione alla luce nascosta del lampadario, cambiava colore davanti ai miei occhi.

L’inverno sull’acqua non si può dire sia proprio gioioso. La casa era un sarcofago dove aspettavamo la primavera e la meravigliosa estate, tranne quando zio Šeta eseguiva un gioco di prestigio facendo sparire una moneta dal palmo della mano o ingoiando una catenina: trucchi che aveva imparato durante il servizio militare nella Marina jugoslava. La casa della nonna riposava su due acque al confine tra due mondi e per amore si inclinava verso l’Una, il secondo indescrivibile fiume, dove un giorno sprofonderà e io potrò vederla come parte della città sotterranea traboccante di ninfe e di fate, così come vedo i contorni del mio volto nelle profondità del fiume.

L’Una continuerà a scorrere anche dopo che avrò finito il mio racconto.

(pp. 185-189)

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