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«La pensione»: il primo capitolo

«La pensione»: il primo capitolo
agosto 11, 2017 redazione
Piotr Pazinski, La pensione

Proponiamo il capitolo iniziale de La pensione di Piotr Pazinski (Mimesis Edizioni, 2016) scelto per i lettori dal traduttore Alessandro Amenta.

 

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In principio erano i binari della ferrovia. Immersi nel verde, tra il cielo e la terra. Le stazioni erano come perline in una collana, talmente vicine che il treno non faceva in tempo a prendere velocità e già doveva rallentare prima della stazione successiva. Le banchine in calcestruzzo, strette e traballanti, dotate di scalette e ripidi gradini, spuntavano direttamente dalla sabbia, come se fossero state costruite sulle dune. I padiglioni delle stazioni assomigliavano a chioschi vecchio stile: la tettoia allungata e ricurva, alle due estremità alcune lettere azzurre che sembravano fluttuare nell’aria.

Mi era sempre piaciuto osservarle di nascosto, a partire dalla prima stazione suburbana, quando la compatta architettura cittadina si dissolveva rapidamente e il mondo iniziava a espandersi fino a raggiungere dimensioni inaspettate.

Per fortuna i binari erano rimasti come li avevo lasciati. Correvano dritti davanti a sé, a passo deciso, per fondersi con l’orizzonte appena visibile, nascosto dalla natura, o, al contrario, per scomparire in un tunnel segreto scavato nel cielo e proseguire dall’altra parte, in un mondo completamente diverso e sconosciuto.

I binari erano fiancheggiati da un sentiero sabbioso che serpeggiava tra i cespugli di erica e poi diventava una normale strada di periferia. Fuori dal finestrino balenava una terra di autofficine, tavole calde e insegne sgargianti dipinte su pezzi di lamiera. Gli edifici in mattoni dall’intonaco scrostato e le roccaforti lungo la strada prevalevano sull’architettura in legno. Si erano messi a proprio agio, sicuri del loro successo, liberi dal peso della vecchiaia. Alcuni ruderi resistevano ancora. Accovacciati sopra i binari, scusandosi per il solo fatto di esistere, si aggrappavano spasmodicamente all’erba, che tuttavia non poteva impedire la loro inevitabile rovina. Qua e là spuntava una colombaia solitaria. Gli uccellacci grigi erano ammassati sulle tettoie spioventi, stretti l’uno all’altro, si toccavano e si spingevano con le ali, anche se intorno c’era molto spazio che si prestava altrettanto bene a essere sporcato con i loro escrementi. Spaventati dal frastuono dei vagoni, si alzavano in volo per volteggiare nervosamente sopra un groviglio di cavi da trazione e tornare alle loro occupazioni quando il convoglio scompariva in lontananza.

Il treno rallentò in un intrico di scambi ferroviari, superò una triste rampa di carico invasa dai cespugli ed entrò nella stazione finale. Doveva essere più o meno mezzogiorno, forse un po’ più tardi, questo era quanto si poteva desumere dall’orario dei treni. Le lancette dell’orologio della stazione erano ferme e io non avevo intenzione di aspettare che ricominciassero a girare recuperando gli attimi perduti. La folla carica di bagagli mi superò in tutta fretta, senza infastidirmi ulteriormente con la sua presenza.

Bisognava proseguire a piedi, il posto era vicino, probabilmente avrei riconosciuto la strada. Da quelle parti il degrado della materia era meno tangibile, sembrava che il processo di disgregazione avesse rallentato il ritmo, mostrando un po’ di compassione verso i propri sudditi. In effetti qui era rimasto tutto uguale, contro ogni regola, quasi per inerzia.

Sopra una manciata di nubi, il sole era ancora alto nel cielo. Una ragnatela di colori autunnali velava i contorni delle case, mutando le loro forme massicce in visioni pittoriche sospese nell’aria resa tremolante dalla luce.

La ferrovia correva su un binario solo, l’altro era stato smantellato più di un secolo fa. La linea della Vistola. Così la chiamavamo a casa nostra. Non “la linea di Otwock”, ma “la linea della Vistola”. O semplicemente “la linea”. Non sapevo perché. Era un nome che avevo sempre sentito. Come “via Nalewki”, “Piazza Krasiński”, “via Gęsia 18” e “via Świętojerska 13”, dove, all’angolo con via Nowiniarska, si trovava casa nostra. Ossia la casa dove abitavamo prima della guerra, ma di via Świętojerska si parlava sempre al presente, come se non avesse mai smesso di esistere. Lo stesso valeva per il nostro luogo di villeggiatura.

Qui le case erano state costruite in fretta: struttura in travi di legno, assi di copertura e un po’ di aghi di pino all’interno per non disperdere il calore. E, nonostante ciò, si mostravano vitali, almeno mezzo secolo più vecchie dei loro inquilini più anziani. Fingevano di non essere state abbandonate. Conservavano il loro fascino. Tradizione e modernità in versione eclettica. Portici scolpiti, nascosti in mezzo ai cespugli di gelsomino, e imposte con un intaglio a forma di stella, coperte dalla vite selvatica che, intorno alle finestre, era stata potata per lasciar entrare la luce. Balaustre, torrette, piccole guglie appuntite su tetti a squame, con il galletto segnavento oppure no. E se non c’era il galletto, allora c’era la banderuola. E verande in vetro, terrazze con sedie a sdraio, l’ultimo grido della moda del tempo. Camere asciutte, con il soffitto alto e grandi finestre, baciate dal sole, per cristiani e israeliti affetti da consunzione. Spazi all’aperto e al chiuso, al pianoterra e ai piani superiori, prezzi accessibili. Le stanze ai piani superiori costavano meno, perché bisognava salire le scale, ma in compenso erano più accoglienti. Tutto secondo i desideri, ogni comfort per degenti e villeggianti, elettricità, vasche da bagno, docce, acqua calda e fredda. Cucina raffinata a base di burro, piatti dietetici su richiesta. Assistenza medica continua, disinfezione completa delle stanze prima di ogni soggiorno. E due iugeri di bosco. Il massimo dello chic, magari non al livello di Karlsbad, ma più di Ciechocinek. Strade rivestite con lastre di basalto, palme in vasi di legno e lampioni a gas, atmosfera ed eleganza. Pasticcerie, gelaterie e buffet (sconti per gruppi organizzati), drogherie e alimentari (tè, caffè, cacao di diverse marche, tabacchi), sale di lettura e sale da gioco, sale da concerto e case di preghiera, edicole con quotidiani e periodici (giornali consegnati con i primi treni e spediti agli abbonati due volte al giorno), ma anche vendita di francobolli e cartoline illustrate, bilance pesapersone, biliardo e radio!

Nelle sere d’estate una folla di persone sciamava sul marciapiede, la borghesia varsaviana passeggiava avanti e indietro, i lampioni scintillavano. Le coppie volteggiavano sulle piste da ballo fino a perdere il respiro, l’orchestra suonava il tango ogni sera. In maniera spensierata, come se il mondo non stesse marciando verso la catastrofe. Le persone amoreggiavano e procreavano. I proprietari delle pensioni contavano gli incassi e gli ospiti prenotavano le camere per l’anno successivo. Ma negli ospedali immersi nei boschi i tubercolotici si spegnevano nel fiore degli anni. Il carretto della confraternita funebre trasportava i loro corpi emaciati avvolti nei sudari lungo un ampio viale, verso occidente, alla casa della vita.

Alla fine, dal folto degli alberi emerse l’edificio di legno del sanatorio di Górewicz. Guardava in direzione della strada con le sue finestre esanimi, gli archi moreschi si specchiavano nei vetri sporchi, contemplando la propria bellezza immortale. Mancava poco ormai. La strada faceva una curva stretta, lasciando il sanatorio a se stesso. Accanto al passaggio a livello, la sagoma ingobbita della casa cantoniera risplendeva con le sue assi marce. Dal comignolo, un filo di fumo si levava allegro verso il cielo.

Più avanti regnava il silenzio del bosco che odorava di pigne.

(pp. 5-9)

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